Il succo di una poesia. Come si interpreta una poesia e a cosa serve farlo

Jan 14, 2022
 

Il critico Alfonso Berardinelli ha scritto che "noi sappiamo e non sappiamo che cosa la poesia è e di cosa parliamo quando parliamo di poesia". Eppure spesso ci comportiamo come se sapessimo esattamente qual è il senso di una poesia: ciò che è scritto nelle note a pie' pagina e nei commenti. Ma come si fa a interpretare (e spiegare) una poesia senza privarla del suo mistero? In questo episodio dell'Approfondimento del giovedì il nostro Matteo Lusiani ci accompagnerà nell'analisi di alcune poesie della tradizione italiana, per capire come si interpreta un testo poetico. E, soprattutto, perché è importante farlo.

Matteo Lusiani si è laureato con 110, lode e dignità di stampa in Letteratura, filologia e linguistica italiana. Ha scritto una tesi su Montale, da cui ha tratto un saggio apparso sulla rivista accademica Studi Novecenteschi dal titolo L'arte come forma di conoscenza (di sé). Montale e Croce.

Buona lettura.

 

In questo episodio:

00:00 Introduzione
03:40 Il mistero è parte della poesia
17:44 I limoni di Montale
32:35 L'interpretazione di una poesia (un esempio)
45:37 L'infinito di Leopardi
54:49 L'inizio della Divina Commedia

 

Il mistero è parte della poesia.

Siamo abituati a leggere una poesia sui libri di testo e poi girare la pagina per leggere il significato di quella poesia nel commento. Un po' come leggiamo sul dizionario il significato di una parola che non conosciamo. Questo è proprio ciò che la poesia non è.

Eppure è difficile non avere questa impressione quando sfogliamo i libri scolastici, anche quelli fatti bene. Abbiamo sempre l'impressione di passeggiare per uno zoo. Vediamo degli animali bellissimi, ma sono in gabbia. La poesia, invece, è un animale selvatico: non puoi costringerla a stare in gabbia, come non puoi costringerla a stare in un significato solo. 

Per avere una corretta esperienza della poesia non dobbiamo andare allo zoo, dobbiamo andare nella savana a cercare i leoni nel loro ambiente naturale. Le poesie sono quei leoni nelle savane, sono le tigri nelle foreste e i lupi nelle steppe. 

Il problema non è tanto che i libri di testo sono fatti male, anzi ce ne sono di molto belli. Il problema è nell'approccio che hanno, nell'idea che il significato di una poesia sia uno e uno soltanto e si può imparare come si impara il significato di una parola da un dizionario.

Le poesie possono avere più significati e alcuni sono oscuri. Per questo ci mettono in difficoltà. A tutti è capitato di sentirsi a disagio nel leggere una poesia perché non sa una parola, o non capisce cosa dice un verso. Questo è anche il principale motivo per cui molti si allontanano dalla poesia: perché ci mette a disagio. È recalcitrante, è un animale selvatico che appena ci sembra di aver domato torna a mostrarci i denti. E i denti sono il fatto che non vuole farsi capire del tutto. Quindi se leggendo una poesia avete la sensazione di non aver capito bene e vi sentite a disagio, bene, quella è proprio l'esperienza che bisogna fare quando si legge una poesia.

 

Questa è una caratteristica particolarmente evidente nella poesia moderna. Ecco quello che ha scrittoHugo Friedrich, uno dei maggiori critici letterari del Novecento, nel libro La struttura della lirica moderna:

"La lirica moderna pone alla lingua il compito paradossale di esprimere e al tempo stesso celare un significato. L’oscurità è divenuta un principio estetico universale".

Questo compito paradossale è una parte essenziale della poesia, che esplode nella poesia moderna ma è presenta da sempre. Il critico italiano Alfonso Berardinelli fa l'esempio di Petrarca, un poeta particolarmente chiaro nella scelta delle parole e nella costruzione del verso (da La poesia verso la prosa):

"Nonostante la limpidezza del linguaggio petrarchesco, è la situazione stessa in cui la poesia nasce ad esporla al pericolo dell’oscurità".

La chiarezza del linguaggio di Petrarca non evita una certa oscurità data dal fatto che è la sua esperienza personale che ci sta raccontando, per quanto filtrata dalla riflessione e dalla tecnica poetica. E comprendere perfettamente un'esperienza personale è impossibile. Nemmeno i poeti stessi si conoscono fino in fondo, come ha ammesso Eugenio Montale (in Storia dell’araba fenice):

"È proprio per conoscersi che il lirico scrive; e si affida al mezzo espressivo (il linguaggio lavorato, il verso, la rima) appunto perché desidera oscuramente far sprizzare dall’incontro dell’ispirazione col mestiere quel tanto di sé ch’egli razionalmente ignora".

Questa è una chiave importante per capire come si interpreta una poesia: non esiste un significato dato perché nemmeno il poeta ce l'ha. Il poeta è il primo interprete di sé stesso, dopo aver scritto cerca di comprendere "quel tanto di sé ch'egli razionalmente ignora". E questo è qualcosa che "sprizza" dall'incontro tra un momento di ispirazione, di grazia, di riflessione alta con la tecnica, la capacità artigianale di costruire un verso come un intagliatore cesella il legno.

Dunque se nemmeno il poeta è certo di quello che sta mettendo sulla pagina, come possiamo esserlo noi?

Dobbiamo accettare l'oscurità della poesia. Dobbiamo accettare che alcuni passi di una poesia possono non avere una soluzione. Ed è proprio questo che i manuali di testo faticano a far passare: leggere una poesia non è come risolvere un cruciverba, alcune domande hanno una risposta altre no. 

Questo ci forza a spingere la nostra riflessione oltre i limiti che pensava di avere, perché cerca di far dire al linguaggio qualcosa che normalmente non potrebbe dire. Lo fa con le metafore, gli ossimori, le sinestesie e altre figure retoriche. Leggere una poesia è quindi un viaggio che non è certo di arrivare alla meta, ma che ci fa capire che la bellezza sta proprio nel viaggio.

La neuropsicologa Jo Boaler ha osservato che i bambini formano nuove sinapsi anche quando commettono errori e per questo bisogna lasciare che li commettano, che tentino in autonomia diverse strade prima di trovare la migliore. La poesia fa qualcosa di molto simile: non importa se la strada che abbiamo imboccato per capirla ci porta da qualche parte o no, anche se ci accorgiamo che il nostro tentativo di interpretarla è fallito il solo fatto di aver provato ci ha resi migliori. Perché nel frattempo, nel nostro cervello, sono successe delle cose: si sono generati nuovi collegamenti, altri magari si sono rotti e noi ne siamo usciti un po' diversi.

Ma come si fa a rispettare l'oscurità di una poesia mentre la si interpreta? Per rispondere, facciamo una passeggiata in quello zoo che sono i libri di testo, dove le poesie sono chiuse... e apriamo le gabbie.

 

I limoni di Eugenio Montale.

La prima cosa da fare per interpretare una poesia, può sembrare scontato, è leggerla dall'inizio alla fine. Anche se pensiamo di conoscerla già. E soprattutto alla prima lettura non dobbiamo impegnarci troppo a comprendere il significato: aggrappiamoci alle parti che comprendiamo immediatamente e lasciamo che le altre agiscano in noi attraverso il loro suono, ascoltiamo le emozioni che ci suscitano e abbandoniamoci a come ci fanno sentire.

 

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

 

Il significato sembra fin troppo scontato. È la seconda poesia della sua prima raccolta e ha il valore di una dichiarazione di poetica. Montale si oppone polemicamente ai poeti laureati, ovvero Carducci, Pascoli e D'Annunzio. Soprattutto D'Annunzio è richiamato anche dall'attacco della prima (Ascoltami che riprende, abbassandolo di tono, Ascolta. Piove / dalle nuvole sparse) e della terza strofa (Senti che riprende, sempre abbassandolo di tono, Odi? La pioggia cade / su la solitaria / verdura).

Questi poeti erano soliti usare parole prese dalla tradizione letteraria (bossi ligustri o acanti), mentre Montale oppone una poesia che descriva il paesaggio reale: la prima e la seconda strofa sono la descrizione del paesaggio ligure, nel quale spicca una pianta semplice come il limone.

La terza strofa mette in scena la poetica montaliana: cercare nel procedere ciclico dell'esistenza un momento di evasione dalla realtà, un momento che possa risolvere la quotidianità in qualcosa di diverso. Per spiegarlo Montale usa dei correlativi oggettivi: l'anello che non tiene il filo da sbrogliare.

Nell'ultima strofa l'illusione manca, non ce la fa. Ora il poeta è tornato in città, nel rumore del traffico, con il cielo che si mostra soltanto a pezzi sopra i cornicioni e con le giornate che si accorciano. Ma anche in questo ambiente cittadino può sempre accadere un miracolo: scorgere da un malchiuso portone, in un cortile, un albero di limoni.

 

L'interpretazione di una poesia (un esempio).

Dunque questa poesia sembrerebbe opporre polemicamente a un linguaggio letterario uno più quotidiano. E così spesso e interpretata. Ad esempio su scuolissima.com si legge:

"Le parole adoperate dal poeta sono ricavate non dal gergo della retorica ma dal linguaggio comune".

Ma ne siamo proprio sicuri? Nel linguaggio comune usiamo parole come riescono (sboccano, finiscono), sparuta (piccola), ciglioni (sponde dei fossi), gazzarra (chiasso, baccano), cimase (cornicioni), s’affolta (si addensa) o corte (cortile)? Non solo le parole che Montale sceglie non sono così semplici, ma usa anche moltissime figure retoriche: ad esempio, dolcezza inquieta, profumo che dilaga, silenzi in cui si vede, La pioggia stanca la terra, s’affolta il tedio, la luce di fa avara, amara l’anima

Questo ha fatto dire a Pietro Cataldi e Floriana D’Amely, nel commento agli Ossi di seppia edizione Mondadori, che "il modello dannunziano appare già qui, più che rinnegato, sfidato, e utilizzato in vari modi".

Il critico Giorgio Ficara nelle sue lezioni universitarie lo dice in maniera ancora più netta: Montale scrive che i poeti laureati si muovono fra nomi poco usati, ma anche lui lo fa. La sua poesia è piena di termini letterari, spesso tratti proprio da D'Annunzio.

Questo è il doppiofondo, questo è il mistero di questa poesia: perché Montale dice che non vuole usare parole letterarie e poi le usa?

Possiamo evitare il mistero e accontentarci di dire che Montale prende le distanze dai poeti laureati. Oppure abbracciare il mistero. Proviamo ad abbraccirlo.

Evidentemente il cuore del problema non è nelle parole, visto che anche lui le usa. Forse il problema (e stiamo tentando un'interpretazione senza la certezza che sia giusta) è nel modo in cui quelle parole vengono usate. Ci torna in mente che D'Annunzio era solito tenere degli elenchi di parole rare che lo avevano colpito per il loro suono e le inseriva poi in poesia per impreziosire un verso. Forse è questo ciò che Montale rifiuta. In Montale le parole possono essere difficili, ma devono esserlo per un buon motivo: per essere più precise oppure per rendere un verso più oscuro. In ogni caso non basta che siano difficili per impreziosire un verso. Quando ci viene in mente un'interpretazione possibile il passo successivo è tornare al testo e cercare delle conferme o delle smentite. 

Un esempio lampante di come i manuali spesso addomesticano le poesia è tratta un ottimo manuale come Mondi letterari, che è davvero ben fatto ma fallisce nel far passare il mistero della poesia (come falliscono la maggior parte dei manuali). Mondi letterari ha dei capitoletti vicino al testo, che a volte prendono la forma di una domanda. Una di queste, nel commento a I limoni, è: "Perché si parla di 'dolcezza inquieta'?". Ecco come risponde:

"'Dolcezza' per l’intuizione poetica, 'inquieta' perché la poesia non è consolazione, bensì comunicazione dell’asprezza della vita".

Questa è certamente una possibile interpretazione, ma non è l'unica. Qui sembra di leggere la definizione di una parola su un dizionario. Ma se Montale avesse voluto far passare solamente un significato lo avrebbe espresso in un modo più chiaro. Invece ha scelto un ossimoro, ha scelto di rendere questo concetto più oscuro. E noi dobbiamo rispettare questa oscurità, proporre un'interpretazione consapevoli che può non essere l'unica e che questa pluralità di significati è parte dell'essenza della poesia.

 

L'infinito di Giacomo Leopardi.

Come sempre, per prima cosa, leggiamo la poesia.

 

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

 

Il senso di questa poesia probabilmente è scolpito dentro di noi da anni di studio e letture. Il poeta si trova sul monte Tabor vicino a Recanati, una siepe nasconde una parte dell'orizzonte e lui, immaginando ciò che si trova dietro la siepe, arriva a immaginare l'infinito. L'infinito è però una sensazione che fa paura, perché è tale solo se anche il soggetto che lo immagina scompare. Infatti una persona che immagina l'infinito è essa stessa un limite all'infinito, che per definizione non ha limiti. Dunque avvicinarsi a concepire l'infinito significa perdere la propria identità.

Eppure anche in una poesia che sembra non avere segreti è importante "aprirsi dei varchi", come ha scritto un grande esegeta di Leopardi, Antonio Prete, nel libro Il pensiero poetante:

[Non] serve aggirarsi attorno al testo per ricomporre [...] il pensiero leopardiano dell’infinito, come se il testo di poesia fosse altro dalla riflessione. [...] Si tratta di aprirsi dei varchi nella resistenza d’un testo memorizzato e bloccato.

Prete ci dice una cosa interessante: siamo abituati a cercare la riflessione sul concetto di infinito leopardiano nei suoi diari (lo Zibaldone) o, per noi, nei commenti alla poesia. Ma questa riflessione è dentro il testo, non è "altro" dal testo. Dunque bisogna aprirsi dei varchi anche se la poesia ci sembra bloccata, o in gabbia, usando la nostra metafora.

Nel testo sono piccole parole a far passare la riflessione sull'infinito. Il paesaggio immediatamente intorno al poeta è sempre accompagnato dai deittici: quest'ermo colle, / e questa siepe. Alla vicinanza di "questi" elementi si contrappongono: interminati spazi, ovvero non terminati (il poeta non riesce a descriverli direttamente così nega il loro contrario), sovrumani silenzi (più che umani, oltre l'esperienza umana), profondissima quiete, al superlativo assoluto. Ecco espresso lo scontro tra universi inconciliabili: il paesaggio intorno al poeta e l'immaginazione dell'infinito. Uno scontro che avviene su quel Ma che apre il quarto verso, una congiunzione avversativa che contrappone nettamente i primi tre versi descrittivi ai secondi tre di immaginazione e che fa sì che non si possano mescolare, come acqua e olio in un bicchiere. E questo dà vertigine (per poco / il cor non si spaura).

Ma non appena il vento che stormisce tra le piante riporta il poeta dall'immaginazione alla realtà, improvvisamente gli elementi cominciano a mescolarsi. Tra il verso 11 e 13, in meno di tre versi, troviamo tantissime "e": e mi sovvien l'eterno, / e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei. Se prima realtà e infinito erano come acqua e olio, ora in qualche modo si mescolano. 

Ecco come Leopardi dice, in poesia, che concepire l'infinito equivale a smarrire la propria identità. E solo mantenendo un contatto con la realtà (il rumore del vento tra le fronde) possiamo naufragare dolcemente nell'immaginazione.

Se con I limoni c'era un problema con l'interpretazione tradizionale della poesia, che tende a evitare i doppi fondi e le domande che il testo pone al lettore, con L'infinito siamo di fronte a una poesia il cui significato sembra ormai assodato (e bloccato). Ma anche in questo caso tornare al testo e cercare nel testo quel significato (invece che leggerla nella pagina dopo) ci permette di liberarla dalla gabbia e ridarle la libertà.

 

L'inizio della Divina Commedia.

Proviamo infine a rileggere i primi due versi della Divina commedia di Dante Alighieri.

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
 

Il poeta dice che a metà della sua vita (circa 35 anni) si ritrova in una selva oscura, ovvero in un momento di smarrimento. Ma per quanto il significato sembri chiaro, anche qui c'è un doppio fondo anche se quasi mai viene notato. Siamo abituati a passare su questi versi in maniera un po' superficiale e i commenti non lo fanno quasi mai notare.

Il mistero è che il primo verso è al plurale, il secondo al singolare:

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura

 

Dante avrebbe potuto scrivere della mia vita o di mïa vita (con dieresi per rispettare l'endecasillabo) o avrebbe potuto scrivere questo primo verso in mille altri modi per esprimerlo al singolare. Ma ha scelto di scriverlo al plurale. E con questo ci ha detto che il viaggio della Divina commedia non è il suo viaggio, ma un viaggio di tutti gli essere umani. E il campionario di esperienze, emozioni e passioni che ritroviamo in questo poema non parla di singole esistenze ma di tutti noi. La Divina commedia parla della nostra vita.

 

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