Il significato della ripetizione nell'apprendimento

Feb 04, 2022

"Esercitarsi non significa ripetere sempre la stessa soluzione di un dato compito, - ha scritto la ricercatrice Caterina Pesce, - ma ripetere più e più volte il processo di soluzione del compito stesso". Dunque non ripetere la soluzione, ma il processo di soluzione. In altre parole: "Ripetere senza ripetere".

In questo episodio dell'Approfondimento, il ventesimo, capiremo meglio qual è il significato della ripetizione nell'apprendimento e come costruire dei percorsi didattici che privilegino la strategia e il problem solving.

 


In questo episodio:

00:00 Introduzione
05:15 Differenze tra approccio prescrittivo ed euristico
09:37 L'approccio prescrittivo (o cognitivo)
24:58 Critiche all'approccio prescrittivo
29:25 L'approccio euristico (o ecologico-dinamico)
39:46 La danza tra i due approcci
48:34 Come scegliere l'approccio giusto nel momento giusto

 

Tempo fa, un allenatore ci ha chiesto di aiutarlo a capire quando adottare  con i suoi atleti un approccio prescrittivo e quando un approccio euristico. Il tema è interessante non solo nell'ambito sportivo ma per l'apprendimento in generale, anche a scuola o a casa: quando è meglio spiegare (approccio prescrittivo) e quando è meglio lasciare che i ragazzi arrivino da soli a una soluzione (approccio euristico)?

Per rispondere abbiamo ripreso in mano un articolo del 2002 di Caterina Pesce, oggi professoressa associata dell’Università di Roma Foro Italico e una degli ospiti del nostro Coschooling Forum 2021. L'articolo si intitola Insegnamento prescrittivo o apprendimento euristico? ed è apparso su SdS - Rivista di cultura sportiva (n. 55, 2002, pp. 10–18, si può trovare nelle biblioteche oppure online, come ci ha segnalato uno spettatore durante la diretta).

Quando approcciamo un problema e cominciamo a fare ricerche scopriamo che esistono delle teorie che provano a spiegare quel fenomeno. Queste teorie fanno più o meno luce sul fenomeno a seconda di quanto la scienza è riuscita a comprenderlo fino a quel momento. Ma dobbiamo sempre ricordarci che ci sono cose che non sono state ancora comprese e che restano in ombra.

Nel campo dell'apprendimento motorio, chi applica pedissequamente alcune teorie scientifiche di riferimento finisce per scomporre i movimenti degli atleti in piccoli pezzi e allenare ognuno di questi pezzi separatamente. Dopodiché passa ad allenare le variazioni di quel movimento in contesti diversi. Questo approccio, però, quando è spinto troppo oltre finisce col separare movimenti che in un contesto naturale e spontaneo sono in continuità oppure in sincronia, finendo col generare più danni che benefici. Un altro esempio è l'allenamento di un movimento "a secco", ovvero senza la palla o la pallina negli sport che la prevedono: separare il gesto atletico dal tracciamento della traiettoria della palla, ignorando che il movimento è una reazione all'oggetto in movimento, non offre la garanzia che quel gesto risulterà migliorato anche in contesti reali nei quali la palla è presente. Il tracciamento di un oggetto in volo ed i movimenti di azione su quell'oggetto o in reazione a quell'oggetto vanno allenati insieme.

Possiamo trarne un suggerimento utile anche a scuola o a casa. Quante volte capita che per semplificare un'esercizio cerchiamo di segmentarlo in parti più piccole perdendo la visione di insieme? A volte in questi casi si crea confusione perché forziamo il cervello ha funzionare in un modo non spontaneo, separando funzioni che dovrebbero essere eseguite insieme.

Questo non vuol dire che bisogna scartare questo approccio, ma che va applicato tenendo conto dei suoi limiti: ovvero smarrire una visione di insieme.

La vita è fatta molto più di domande aperte che di domande che hanno già una risposta. Per questo l'approccio prescrittivo che punta a mostrare una soluzione fissa per un dato problema è da usare con cautela nel contesto dell'apprendimento. Vale a scuola, dove sperimentare soluzioni diverse a un problema è spesso più importante che memorizzare una soluzione imparata meccanicamente. Vale a casa, dove è importante lasciare ai bambini l'autonomia di scoprire, esplorare e applicare il gioco libero invece che dedicarsi solamente a giochi in cui le regole sono già fissate in precedenza. E vale anche nello sport, dove esistono spesso innumerevoli modi di eseguire un gesto atletico ed è limitante prescriverne uno in particolare.

 

Nel suo articolo Caterina Pesce centra la questione dicendo: 

Da quanto detto fin qui emerge che l'approccio cognitivo [o prescrittivo] al controllo e all'apprendimento motorio ha generato importanti implicazioni pratiche. Tuttavia le implicazioni metodologico-didattiche sono valide solo nella misura in cui la teoria da cui derivano è in grado di spiegare convincentemente i fenomeni osservabili nell'apprendimento motorio. (P. 13).

Questo concetto si applica non solo all'apprendimento motorio, ma all'apprendimento in generale. Ce ne accorgiamo a scuola quando osserviamo che alcuni metodi per insegnare un argomento, ormai stabilizzati, funzionano bene con alcuni studenti e male con altri.

 

L'approccio euristico, o ecologico-dinamico, è stato proposto da Nikolai Bernstein e James Gibson. Bernstein in particolare ha sollevato un problema che è divenuto famoso come il "problema di Bernstein" ed è la variabilità: anche se una persona è istruita ad eseguire un movimento più volte in maniera identica non lo esegue mai esattamente allo stesso modo, rimane una variabilità intrinseca.

Ne è nato questo approccio euristico in cui la ripetizione non è della soluzione, ma del processo che porta alla soluzione. Dunque si allenano gli atleti (o gli studenti) a far emergere soluzioni spontanee.

Il pregiudizio che questo approccio prova a spazzare via è che se una persona impara come si fa qualcosa e lo ripete allo sfinimento alla fine sarà pronta (per una partita, per un'interrogazione o per qualunque altra situazione reale). Non è così.

Leggiamo ancora dall'articolo di Caterina Pesce:

è plausibile che, per facilitarne l'apprendimento, sia più efficace esercitare
unitariamente le componenti percettive e motorie semplificando - se necessario - le richieste percettive, ma evitando di frazionarle con esercitazioni degli spostamenti senza palla. (P. 17)

 

L'uso di un approccio euristico non esclude del tutto quello prescrittivo. I due approccio possono essere usati insieme, a seconda della circastanza e degli obiettivi dell'apprendimento. La conclusione che possiamo trarre è imparare a danzare tra queste due prospettive.

Ma come si svolge questa danza? Innanzitutto non pensando che c'è uno schema fisso dove prima arriva l'approccio prescrittivo, di insegnamento delle basi, e poi quello euristico. Molte basi sono più solide e interiorizzate se apprese attraverso esperienze libere (dunque euristiche).

La frequenza del passaggio dall'uno all'altro può variare da un argomento all'altro, ma anche da una persona all'altra. Ci saranno atleti o allievi che apprendono meglio soffermandosi più a lungo sulle due fasi, altri con cui è più efficace passare rapidamente da un approccio all'altro. Ciò che è importante capire è che sono facce dello stesso processo di apprendimento.

Se non c'è una prevalenza teorica dell'uno sull'altro, c'è però una mancanza di uno dei due approcci. Siccome l'apprendimento è più spesso visto con l'atteggiamento prescrittivo, l'appello è ad aumentare la componente euristica perché in questo momento c'è più bisogno di questo approccio.

Dietro l'uso preponderante dell'approccio prescrittivo si nasconde una trappola. Se andiamo un corso e ci viene detto di fare "A-B-C" per ottenere un certo risultato (ad esempio migliorare le performance di un atleta, o il coinvolgimento degli alunni, o l'educazione dei propri figli), ma non ci viene detto che esiste anche "Z" si può generare un equivoco. L'equivoco è applicare correttamente "A-B-C", scoprire che funziona con qualcuno e con qualcun altro no e concludere che il problema sia negli atleti o negli studenti.

Una linea guida per gestire il processo di apprendimento è sentirsi sempre dentro il percorso insieme all'atleta o allo studente. Questo atteggiamento è d'aiuto nel riconoscere quando è meglio l'atteggiamento prescrittivo e quando quello euristico.

 

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